…”C’era una volta in America” e su Twitter trovo un link a questo articolo che ci regala corriere.it.

Quanti regali!

Come resistere al piacere di copiaincollarlo in questo spazio della memoria?

Non ci sono riuscito!

Ermanno Olmi e la malattia: «Mi ha aggredito. Ma serve anche soffrire»

II grande regista racconta il male: «All’inizio mi sentivo come San Sebastiano: ogni pastiglia una freccia. Poi ho scoperto che c’è sempre qualcosa per cui ne vale la pena»

 

«Sto leggendo il libro sugli ultimi giorni di Tolstoj, quando lui, non potendone più della moglie Sof’ja Andreevna, scappa dalla tenuta di Jasnaja Poljana con la figlia Aleksandra. La famosa notte di bufera in cui fuggendo, nel tragitto tra la casa e la rimessa dove gli han preparato la carrozza, gli cade il cappello e prende la freddata che gli procurerà la malattia e la morte…». Ermanno Olmi no, non si sognerebbe mai di scappare da Loredana. La incontrò tanti anni fa perché lei era la protagonista de «Il posto». Li sposò Nazareno Fabretti in una chiesetta dove lui andava da piccolo: «È stata una straordinaria fortuna». E anche in questi mesi di flebo e terapie in cui è in trincea contro quello che Curzio Malaparte chiamava «lo stramaledetto», lui e Loredana sono sempre insieme. Sempre. «Fammi finire con Tolstoj: lui fa in modo che la moglie non trovi le sue tracce. Ma la broncopolmonite presa quella notte lo costringe a fermarsi in una stazione del treno ad Astapovo, dove il capostazione offre all’ospite la sua camera da letto. Tutto il mondo si fa intorno a questa stazioncina dove Tolstoj, malato sempre più gravemente, morirà. Non hai idea di quale sia non l’adorazione ma l’amore del popolo per Tolstoj. Del popolo. In genere oggi, la nostra cultura artistica non contiene la percezione segreta della realtà. Tolstoj, invece, aveva questa grande capacità di cogliere tutti i significati nel loro autoscoprirsi. E questo è il poeta. Il popolo degli analfabeti, degli ultimi, dei derelitti, è quello che lo capisce. Perché hanno meno conformismi mentali. Un po’ come Cristo. Chi capisce prima Cristo se non i pescatori, gli ultimi? Essere degli intellettuali è un grande rischio. E bisogna sapersi, come dire?, rimpicciolire, umiliarsi, sentirsi ignoranti, per cogliere alcune cose.

Invece quante volte vedi personaggi che parlano dall’alto della loro presunzione mentre invece la verità sta sempre con gli umili? Ecco perché Tolstoj era amato dal popolo».

In che modo ti riconosci in questa storia?

«Perché vedo in Tolstoj questa capacità di non autoingannarsi. Era tosto con se stesso. Noi siamo sempre un po’ tentati dall’autoinganno. Ci mettiamo davanti a uno specchio e ci diciamo: beh, insomma, non sei neanche brutto…».

E la malattia rende la tentazione ancora più insidiosa?

«Sì. Sì. Però attenzione: la morte non è la fine. Perché il destino dell’uomo è nell’eternità. Andai a trovare Tonino Guerra a Sant’Arcangelo di Romagna quando stava davvero molto male. C’era stata una grande nevicata. Pareva quella di Amarcord . Entrai, lui era girato verso la finestra. La moglie gli fa: “Tonino, c’è Ermanno”. Lui, sofferente, manco si gira. “Aaah… Aaah…”. Entra la fisioterapista che doveva fargli un massaggio alle gambe. Esco. Quando rientro lo trovo seduto con la schiena appoggiata alla testiera del letto: “Ciao, come va?”. E cominciamo a parlare: “Ti ricordi quella volta…”. A un certo momento dice: “Non hai idea di quante storie bellissime mi ha raccontato Andrej Tarkovskij! Quando torni la prossima volta te le racconto”. Dopo tre ore era morto. Cosa voglio dire? Non c’è istante di vita che non abbia un significato. Figurati l’ultimo degli istanti! È la summa di tutta la tua vita. Un istante. Un battito di palpebre. E c’è dentro tutta la tua vita. L’uomo è immagine di Dio e anche Dio è immagine dell’uomo. Che ha una capacità smisurata di essere l’infinito. Tu prova a pensare, in questo momento, dov’è il confine del cosmo. Anche per la scienza è in continua espansione. Immagina che distanza enorme! Eppure fai: tac! E sei là. La velocità della luce? Ma è la velocità del pensiero il grande dono di Dio!».

Quindi?

«Quindi non dobbiamo trascurare questa potenzialità. Dobbiamo viverla. Sia in termini di scansione di tempo, sia in termini di possesso dell’infinito. Perché basta che tu ti immagini di essere ai confini del cosmo e ci sei. Se non è questa l’immagine di Dio! “Farò l’uomo a mia immagine e somiglianza”. Siamo stati troppo distratti da piccole questioni che alla fine non hanno importanza».

Rimpianti?

«Quando si vive la condizione umana, anche se in qualche modo illuminati dalla condizione divina, questa condizione umana a volte ti fa commettere degli errori. È la condizione umana. L’importante è riconoscere gli errori. E capire che quella cosa poteva andare diversamente, se non fossimo stati distratti».

È un’idea degli errori che pare figlia de «La leggenda del santo bevitore» o delle parole di papa Francesco quando dice che «Dio non si stanca mai di perdonare».

«Certo. Prova a scandire la parola perdono in due: “per dono”. Il perdono non è un atto di contrizione. È Dio che proprio in questo si rivela: ogni volta che cadi in errore io sono lì, pronto “per donarti” la pace tra noi».

Tornando a Tolstoj…

«Bisogna sempre godere non solo degli ultimi istanti, ma di tutti gli istanti. Una delle frasi che dice Tolstoj quando ormai è alla fine è “io amo tutti. Tutti amo”».

È così che ti senti, oggi? Ami tutti?

«Quando dici “tutti” intendi una dimensione percepibile dalla razionalità. Bisognerebbe trovare una parola che voglia dire tutti ma che non corrisponda a un numero. Quel “tutti” lì deve essere l’umanità, la passata, la presente, la futura».

Par di capire che, nonostante tutto, questo sia un momento per te felice.

«Sì. È così. Sono sereno… Come finisce La leggenda del santo bevitore ? “Voglia Dio concedere a tutti noi, a noi bevitori, una morte tanto lieve e bella”. A tutti gli ubriaconi. Coloro che sono fuori dalle regole. Dai conformismi. L’ubriaco… Cosa fa Noè dopo avere stabilito la nuova alleanza con Dio? Pianta la vigna e prende la prima grande sbronza della storia dell’umanità. È così ubriaco che danza nudo. È amore e follia. Che ubriaca. Cosa vuol dire “prendere una cotta”? Non c’è niente di razionale, in una cotta. È un sentimento dirompente. Senza tregua. Ecco, io vivo questo momento così».

C’è quindi una riscoperta di Dio nonostante tu insista spesso sul «non» sentirti cattolico?

«La cosa bella di Dio è che si nasconde per farsi cercare. Perché? Perché Dio è tutto. “Ovunque tu mi cercherai io sarò”. C’è un detto fenicio, di duemila anni prima di Cristo: “Spezza un legno, solleva una pietra e io vi sarò dentro”. In ogni cosa “lui” si nasconde e tu devi avere quella capacità di scovarlo come i neri hanno la capacità, guardando un oggetto, di cercare ciò che quell’oggetto contiene come anima».

Più ancora gli aborigeni australiani, forse…

«Certo. L’anima delle cose. Mentre invece il bianco europeo si chiede: questa cosa quanto può valere? Uno che ragiona così non avrà mai l’incontro con l’anima del mondo. Creiamo la nostra infelicità stupidamente».

Insomma…

«Mi sento bene. Bene. Anche se sono stato aggredito da questo male in maniera subdola. Nei primi momenti ho anche reagito: ma perché, porca miseria… Poi, in ogni situazione c’è qualcosa che val la pena di vivere».

Anche in questi frangenti…

«Sì. Vale la pena».

Nonostante le cannule, le flebo, i cateteri…

«Hai presente il San Sebastiano di Antonello da Messina con tutte le frecce infilzate nel corpo? Ecco. Ogni momento una puntura. Una pastiglia. Eppure vale la pena. Avverti che tutto questo non è somministrarti una medicina ma mostrarti un atto d’amore. Tutto dipende da noi, dal mistero che contiene ogni cosa: “Spezza un ramo, solleva una pietra…”».

E tu ti riconosci intorno questo affetto delle persone?

«Eh, sì. Ma è impegnativo. Impegnativo. Fatico a fare da solo le cose un tempo più banali… Allora devo chiamare: Loredana! Mi diceva il cardinale Ravasi…»

Lo senti spesso?

«È un po’ che non ci sentiamo. Ho il pudore di dire che sto poco bene. Mi dice Ravasi che il rosario è stato fatto dalle donne. Ave Maria, ave Maria, ave Maria… Mi chiedevo: perché questo bisogno di dire dieci Ave Maria? Ne basterebbe una! No: perché ogni volta che lo ripeti devi trovarci un significato nuovo. Se no sei un pappagallo. Può essere, il rosario, una cosa per sonnolenti o un esercizio per vivere la stessa cosa con un senso nuovo. E come quando dici: ti amo. Se lo ripeti come un pappagallo ne perdi il senso. Se lo dici ogni volta riscoprendo una nuova emozione… È una possibilità divina che ci è data…».

«Torneranno i prati» sarà al festival di Berlino tra i grandi eventi.

«Non credo che riuscirò ad andarci. Non è possibile. Ormai sono lì come Tonino Guerra, pettinato, con la schiena sulla testata del letto a ricevere gli amici. Ti dico, Tonino era lì lì per andarsene. Eppure…».

È una questione di prospettiva.

«Sì, di prospettiva. Sedersi, pettinarsi, vedere chi ti vuole bene, “ti ricordi…”. Cambia la prospettiva, cambia tutto. La mia amica Loriana della trattoria dove andavo sempre, donna straordinaria, quando ha saputo che non potevo essere da lei per l’ultimo dell’anno si è messa a piangere e ha detto: “Allora gli mando a casa la gallina bollita”. Mi piace, la gallina bollita».

Ricordi d’infanzia?

«La gallina dev’essere gallina. L’assaggio e sorseggio il brodo. Da ultimo gli aggiungo un po’ di vino rosso. Come nella Bassa padana. Gli toglie leggermente quella sensazione di grasso. Pensa alle donne di una volta, poverette, che dovevano mettere insieme qualcosa da mangiare. Si inventarono piatti straordinari. Pensa al pan cotto…».

È bellissima, nel tuo ultimo film, la scena del soldato che sa che sta per essere abbattuto dai cecchini e prima di uscire dalla trincea bacia un pezzo di pane e se lo infila sotto il pastrano, sul cuore…

«È la sacralità del cibo. In tutte le famiglie contadine. Perché la sacralità del cibo è capita soprattutto da coloro che producono il cibo. Vedono la zolla. La trattano. Piantano il seme. Quello cresce. Diventa pane. Se non è un miracolo di vita questo! L’uomo è potuto venire al mondo nell’evoluzione dopo che quattro graminacee hanno formato il frumento. Se non ci fosse stato il frumento non ci sarebbe stato l’uomo».

È da qui che ti viene quel rispetto per il pane che ti spinse a scrivere un articolo sul «Corriere» contro lo spreco di pane?

«Quasi non me lo ricordo, quell’articolo…».

Raccontavi che il tuo primo lavoro fu quello del panettiere: un chilo di pane per una notte passata a impastare e infornare…

«Eh, la memoria… Ci teniamo compagnia, io e la malattia. Adesso perderò i capelli. Poi torneranno, spero. Ma, come dicevo, non ho rifiuto di niente. C’è un momento in cui Tolstoj dice: “Forse sto per morire. O magari no”. È tutto relativo».

Ricordi Howard Marshall, quel miliardario novantenne che sposò la coniglietta di «Playboy»? Gli chiesero: cosa darebbe per aver sessant’anni di meno? Rispose: «Darei tutto per averne anche uno solo in meno».

«È così! Così! Mi raccontava Montanelli che una sera stava sul terrazzo di casa sua a Roma e aveva ospite Charlie Chaplin, già novantenne. A un certo punto arriva la figlia del grande Charlot con un po’ di amiche giovani e belle. Chiacchierano un po’, bru bru e infine questo sfarfallio di fanciulle se ne va. E Chaplin sospira: “Ah, avere dieci anni di meno…”».

Battuta straordinaria…

«Questo spumeggiare, improvviso, di felicità! Questi lampi di vita! Come aprire un Dom Pérignon. Qui sull’Altopiano di Asiago c’era un personaggio formidabile, il Baffo di Cesuna. Aveva, anche quando stava male, momenti di illuminata intelligenza. Un giorno sentenziò: “Fin che c’è vita c’è vacanza”».

Fu quello che fece affiggere i manifesti a lutto su se stesso?

«Lui! Proprio lui! Ce l’ho, quel necrologio. Loredana! Trovami il necrologio del Baffo di Cesuna! Te lo cito a memoria: “Non potendo partecipare personalmente al mio funerale…”. Oeh, stava per morire, eppure… Tutto questo corrisponde alla felicità dei bambini, che non quantificano mai. Vivono gioie e dolori, perché anche i bambini hanno dolori, senza configurarli dentro la necessità di avere delle risposte. Perché no, non ci sono risposte».


Piatto ricco ci si ficca

Che Matteo Renzi cerchi, a rotazione, un nemico da additare all’opinione pubblica quale ostacolo al cambiamento, al cambioverso, allo sbloccaItalia, alla ripartenza, in sostanza al suo disegno politico, è cosa ricorrente e, per tanti versi, di forte efficacia comunicativa. Meglio che tale nemico sia una categoria un po’ indistinta che consenta di metterci dentro tutto e il contrario di tutto, per muovere a indignazione e lisciare il pelo al pubblico sondaggiato che, quando sarà al giusto punto di cottura, sarà chiamato a votare.

Nessuno si senta escluso! Con calma, nel mirino ci entrano (ci entriamo) tutti, quel tanto che basta per farci indignare a rotazione quando vediamo nel bersaglio di turno una categoria che ha fatto di tutto per essere invisa.

Questa volta l’occasione gli è stata offerta su un piatto d’argento da un fatto grave e per niente nuovo che è rapidamente diventato, nel deserto della politica chiacchierata a cavallo di capodanno, una notizia ghiotta -non so quanto gonfiata- colta al volo e trasformata in un boccone appetitoso che non lascerà cadere di bocca in tempi brevi.

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…lo dice Totò ed io sono d’accordo.

I riti sono una cosa importante… e,  giacchè da qualche anno mi piace accompagnare gli auguri con qualcosa da condividere in occasione delle festività di fine anno, anche quest’anno ho voluto tenere fede alla tradizione. Ho avuto tra le mani una bella idea ed ho voluto strafare, dando ancora una volta ragione a Totò quando dice “ma voi perdeste il senso e la misura”!

Ho creato una raccolta -parziale per il momento, ahime!- dei testi dei poemetti e delle poesie che Toni Servillo recita in uno spettacolo che sta portando in giro da un po’ di tempo nei teatri italiani.

La raccolta, che ho titolato “Napoli legge Napoli“, contiene dodici dei quindici “pezzi” che recita durante lo spettacolo ed è in vari formati leggibili agevolmente anche con uno smartphone.

Per i più pigri qui c’è la versione in pdf leggibile su un monitor di dimensioni decenti.

Questi sono i link per scaricare l’ebook nei formati più diffusi per i quali è richiesto un minimo di impegno, ma ti assicuro che il rislutato è più che soddisfacente:

Formato epub

Formato mobi (per Kindle)

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Marino Niola su La Repubblica del 28 Nov 14

Sono sempre più numerosi quelli che ne hanno piene le tasche del multitasking.
E invocano un ritorno all’andamento lento, all’efficienza slow. Che significa fare una cosa alla volta.
Concentrandosi su quella dall’inizio alla fine. Come del resto ci è stato insegnato da bambini. E come abbiamo fatto finché la tecnologia ci ha proiettato nella connessione permanente, facendo di noi altrettanti automi multifunzione. Così euforizzati dalla velocità dei nuovi strumenti del comunicare da credere di essere come i nostri smartphone: capaci di fare in un nanosecondo le cose più disparate.
Come rispondere a una email di lavoro mentre parliamo con un collega o messaggiamo il nostro partner senza perdere d’occhio le offerte last minute per il week end. Neanche fossimo la dea Kalì, che con le sue otto braccia è l’emblema supremo dell’essere tuttofare.

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The Secret Life of Passwords

(via we are social)

“They unlock much more than our accounts”

Un racconto meraviglioso, (qui per non perderlo) a volte poetico, che, attraverso una storia, ci spiega come le password che utilizziamo condizionano la nostra vita, i nostri pensieri, le nostre scelte. E non solo: dicono molto più di noi di quanto non si creda.

“Le password sono universalmente disprezzate, ma il fatto che noi le costruiamo e noi (e solo noi) le ricorderemo, assumono vite segrete.

Molte di loro, infatti, hanno sfumature di pathos, malizia e, a volte, anche di poesia. Spesso nascondono storie incredibili: un mantra motivazionale, un amore perduto, una cicatrice emotiva.

Il 4662 che mia moglie utilizza nelle sue password non è solo l’indirizzo della casa dove è nato suo padre: è un ricordo di un padre, che, da bambino, doveva dire il suo indirizzo tutto d’un fiato per non essere cacciato dalla squadra di football”.


Ti ricordi di me?

Un professore canadese di lettere ha cominciato 35 anni fa a invitare i suoi studenti a scrivere una lunga lettera indirizzata a se stessi 20 anni dopo. L’esercizio è stato soddisfacente, e ha continuato ad assegnarlo fino al 2002: immaginarsi 20 anni più vecchi, destinatari dei propri pensieri di adolescenti. Prendetevi quest’idea, insegnanti che leggete.

Ma soprattutto, passati i vent’anni, il professor Bruce Farrer si è messo a recapitare le lettere, che aveva messo da parte in una serie di scatoloni. Cercando gli studenti uno per uno. La compagnia aerea Westjet ha ora usato la storia per una specie di documentario sponsorizzato. E, beh, ci si commuove.

(via Wittgenstein)


I grandi capolavori del simbolismo, manierismo, paesaggismo, romanticismo e neoclassicismo diventano animati. Il progetto di Rino Stefano Tagliafierro trasforma i gesti “congelati” dei dipinti in animazioni digitali.

Il sito del progetto


Il Pci? Ei fu.

O “c’era una volta”.

Matteo Renzi ha archiviato il Pci e i suoi epigoni. Non ha mai citato la manifestazione della CGIL a San Giovanni. Ne ha parlato indirettamente, ma in modo devastante: “Un dissenso politico si rispetta, e noi che non abbiamo chiuso le porte quando ho perso, figuriamoci se le chiudo ora che ho vinto” ha detto. Ma è stato durissimo con la minoranza del PD che ieri ha manifestato con la Camusso contro il governo.

“Non riconsegneremo il Pd a chi definisce imbarazzante (Bindi) la Leopolda, al museo delle cere e ai reduci che vogliono riportare il partito dal 41per cento di oggi al 25 di ieri. A chi ha la testa rivolta all’indietro, alla nostalgia, battendosi per l’articolo 18 quando la monogamia aziendale è finita in tutto il mondo. E che fa la sinistra? Un dibattito sulla coperta di Linus? Oggi che il posto fisso non c’è più, è come cercare la fessura per il gettone telefonico sull’Iphone”.

E ha aggiunto che l’articolo 18 è un feticcio. “Come si fa a sostenere che è meglio far entrare un giudice in azienda e mettere il welfare di pochissimi a carico dell’industriale, e fregarsene delle migliaia che il ricorso ex articolo 18 lo perdono e rimangono disoccupati e restano soli? Non è meglio mettergli accanto lo Stato che lo sostiene e gli offre anche un’opportunità di lavoro che può persino rifiutare, la prima volta?”.

Ha concluso con un omaggio a Giorgio Napolitano per l’esercizio costituzionalmente scrupoloso della sua funzione di capo dello Stato. La opposizione interna è avvisata. Matteo Renzi tirerà dritto. E con il più autorevole dei sostegno politici.

santalmassiaschienadritta.it



Every human being’s personal data, in particular digital data, conveys information on his cultural values and private life. Personal data cannot be reduced to a commodity.
#DIGITAL_DNA

 

The reasonable exploitation of data is an opportunity for the development of research and the pursuit of the general interest. It must be governed by a universal code of ethics that protects each individual’s dignity, privacy and creative works, and the diversity of opinions.
#ETHICAL #FAIR

 

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Finalmente!

Comunicato stampa del Garante della Privacy- Servizio relazioni con i mezzi di informazione.
Giornalismo: no a raggiri e artifici. Il garante privacy richiama “La zanzara” sul caso Barca

Sono pratiche ingannevoli il mascheramento dell’identità dell’interlocutore e la simulazione.

Nello svolgimento della sua attività, il giornalista non può utilizzare artifici e raggiri per raccogliere notizie che potrebbero essere acquisite con gli strumenti propri dell’inchiesta giornalistica.

Lo ha ribadito il Garante per la privacy affrontando il caso di Fabrizio Barca che si è rivolto nel luglio scorso all’Autorità per segnalare la violazione dei principi del codice deontologico dei giornalisti avvenuta nei suo confronti con la messa in onda a febbraio, da parte della trasmissione di Radio 24 “La zanzara”, della sua telefonata con un “falso” Nicki Vendola, impersonato da un imitatore.

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Dato che Brunelleschi non ha lasciato tracce, un filmato ipotizza i segreti di costruzione

A più di 500 anni dalla sua costruzione, la cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze a opera di Filippo Brunelleschi rimane la più grande cupola in muratura mai costruita. Dato che l’artista non ha lasciato alcun piano o disegno sulla costruzione della cupola, alcuni segreti sono rimasti un enigma per molti addetti del settore.

Una breve animazione, presentata da National Geographic e realizzata da Fernando Baptista e Matthew Twombly, cerca di ipotizzare come potrebbe essere stata costruita la cupola del Duomo.

(via Casa & Clima)


Lettera di Gian Carlo Caselli a “Il Fatto Quotidiano” – 7 Set 2014

Gentile Direttore:

vi sono alcune considerazioni, a margine del film La trattativa di Sabina Guzzanti, presentato a Venezia e ieri alla festa del Fatto, che ritengo necessario fare. Dopo le stragi mafiose del 1992 ho chiesto – per dovere e spirito di servizio – di essere trasferito dalla “comoda” Torino a Palermo, ancora insanguinata e sconvolta dall’assassinio di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e di quanti erano con loro a Capaci e in via D’Amelio.

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Goffredo Buccini – Corriere.it del 7 Set 14

Non ci sono spiegazioni decenti. A nemmeno diciassette anni, morire dovrebbe essere vietato per legge. Sicché la morte di Davide Bifolco, ucciso l’altra notte a Napoli da un carabiniere, è di quelle che sulle prime lasciano vuoto e silenzio. Tuttavia il silenzio non eviterà, domani o dopo, altre storie così. Allora bisogna provare a capirla la fine incomprensibile di questo piccolo napoletano incensurato, col ciuffo, gli occhiali da nerd , il cappellino degli Yankees da bancarella, con una famiglia di «precariato sociale» (quanto più la realtà ci sfugge, tanto più siamo bravi a impacchettarla in eufemismi pudichi):

 e, soprattutto, con due assurdi amici in sella allo scooter, un giovanissimo pregiudicato e un latitante (in tre e senza casco sul motorino, sì, così è Napoli, ed è male: ma non c’è la pena di morte per questo).

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L’editoriale Di Tiziano Treu del 6 Set 2014 su IPSOA – professionalità quotidiana

L’obiettivo della staffetta è di ripartire il lavoro fra le generazioni promuovendo il passaggio dei lavoratori anziani a un rapporto part time, in parallelo con l’assunzione, pure part time, di giovani.

La crisi economica e dell’occupazione colpisce tutti ma soprattutto i gruppi più deboli. Si sono aggravate in particolare le situazioni di giovani e anziani. Questi ultimi hanno visto allontanarsi bruscamente l’età di pensione. La nuova normativa ha provocato blocchi di turnover che hanno ridotto le possibilità di accesso dei giovani al mercato del lavoro, già diminuite per la crisi economica.

Questo sta alterando l’equilibrio storico di opportunità di lavoro e di reddito tra le generazioni, con un rischio di conflitto generazionale senza precedenti. La soluzione strutturale per evitare l’aggravarsi del conflitto generazionale è la ripresa della crescita e quindi delle opportunità di lavoro per tutti. Ma servono anche misure immediate. L’attenzione maggiore è oggi concentrata sulle misure per promuovere l’occupazione giovanile, prima fra tutte la cosiddetta garanzia giovani. Ma occorre operare su entrambi i versanti, di giovani e anziani.

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