Marino Niola su La Repubblica del 28 Nov 14

Sono sempre più numerosi quelli che ne hanno piene le tasche del multitasking.
E invocano un ritorno all’andamento lento, all’efficienza slow. Che significa fare una cosa alla volta.
Concentrandosi su quella dall’inizio alla fine. Come del resto ci è stato insegnato da bambini. E come abbiamo fatto finché la tecnologia ci ha proiettato nella connessione permanente, facendo di noi altrettanti automi multifunzione. Così euforizzati dalla velocità dei nuovi strumenti del comunicare da credere di essere come i nostri smartphone: capaci di fare in un nanosecondo le cose più disparate.
Come rispondere a una email di lavoro mentre parliamo con un collega o messaggiamo il nostro partner senza perdere d’occhio le offerte last minute per il week end. Neanche fossimo la dea Kalì, che con le sue otto braccia è l’emblema supremo dell’essere tuttofare.
Ma adesso gli scienziati lanciano l’allarme sulle conseguenze di questo iperattivismo mentale. Che farà pure crescere la nostra performatività, ma diminuisce drasticamente la capacità di concentrazione. E in più nuoce gravemente alla salute. Parola di Sandra Bond Chapman, direttrice del Center for Brain Health dell’Universi tà di Dallas. Secondo la neuroscienziata americana la vita multitasking fa schizzare in alto i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, perché il nostro cervello in realtà è programmato per fare una cosa alla volta. Per esempio quando telefoniamo mentre stiamo guidando – il più classico caso di multitasking- i neuroni non si dividono i compiti, ma fanno un continuo zapping da un’attività all’altra, costringendo il nostro commutatore mentale a un superlavoro impreciso e dannoso.
Oltretutto, più cose facciamo nello stesso tempo, più errori commettiamo. E non è questione di età. O di elasticità cognitiva.
Lo rivela una recentissima ricerca condotta su un campione di studenti dell’Università del Michigan, apparsa nel Journal of Experimental Psychology. Il titolo parla da solo, La minima distrazione fa deragliare il treno della verità. Come dire che ogni interruzione inceppa la mente. Anche a 18 anni.
Gli autori dell’indagine, Erik M. Altmann, J. Gregory Trafton e David Z. Hambrick, hanno verificato l’effetto che fa un semplice pop up che interrompe un lavoro di routine al computer, richiedendo banalmente di inserire un codice in una finestra. Risultato, un’interruzione di 2,8 secondi raddoppia la possibilità di errore nello svolgimento del compito assegnato, mentre una di quattro secondi addirittura la quadruplica. In conclusione, anche un attimo di distrazione può costare caro e il multitasking, oltre a confonderci le idee, diminuisce di parecchio la nostra produttività.
Un problema da non sottovalutare e che potrebbe riguardare in particolare il Belpaese, visto che dallo studio Accenture Digital consumer 2014 risulta che il 60% dei nostri connazionali usa abitualmente più dispositivi alla volta, contro il 49% della media globale. E trai nostri giovani il dato arriva addirittura al 66%. In altre parole gli italiani corrono il rischio di diventare dei multitasker cronici. Confusionari e velleitari.
E visto che velocità e simultaneità sono ormai un punto di non ritorno della condizione digitale, il problema diventa allora quello di conciliare algoritmi e bioritmi. Rallentare senza arretrare. Ragionare senza sclerare. Su questi argomenti fa leva il partito del singletasking, che considera l’attenzione strategica e la capacità di concentrazione due fonti inesauribili di efficienza.
E di intelligenza a lungo termine. Perché si tratta di doti che si acquisiscono con l’età e non hanno necessariamente a che fare con la velocità.
Ne sono convinti gli esponenti, sempre più numerosi, dello slowweb. Come quei ricercatori di Harvard e della Hec – École des Hautes Etudes Commerciales di Parigi – secondo i quali concentrarsi profondamente su un compito e portarlo a termine senza interruzioni ha una ricaduta positiva anche sulle performance successive. È la filosofia della cosiddetta Mindfulness, la piena presenza, fatta propria anche dall’Alta scuola di salute dell’Università di Ginevra che promuove training di concentrazione per professionisti e manager. Nuove strategie per dare una regolata alle nostre sinapsi. Perché correre fa bene, ma deragliare fa male.


The Secret Life of Passwords

(via we are social)

“They unlock much more than our accounts”

Un racconto meraviglioso, (qui per non perderlo) a volte poetico, che, attraverso una storia, ci spiega come le password che utilizziamo condizionano la nostra vita, i nostri pensieri, le nostre scelte. E non solo: dicono molto più di noi di quanto non si creda.

“Le password sono universalmente disprezzate, ma il fatto che noi le costruiamo e noi (e solo noi) le ricorderemo, assumono vite segrete.

Molte di loro, infatti, hanno sfumature di pathos, malizia e, a volte, anche di poesia. Spesso nascondono storie incredibili: un mantra motivazionale, un amore perduto, una cicatrice emotiva.

Il 4662 che mia moglie utilizza nelle sue password non è solo l’indirizzo della casa dove è nato suo padre: è un ricordo di un padre, che, da bambino, doveva dire il suo indirizzo tutto d’un fiato per non essere cacciato dalla squadra di football”.


Ti ricordi di me?

Un professore canadese di lettere ha cominciato 35 anni fa a invitare i suoi studenti a scrivere una lunga lettera indirizzata a se stessi 20 anni dopo. L’esercizio è stato soddisfacente, e ha continuato ad assegnarlo fino al 2002: immaginarsi 20 anni più vecchi, destinatari dei propri pensieri di adolescenti. Prendetevi quest’idea, insegnanti che leggete.

Ma soprattutto, passati i vent’anni, il professor Bruce Farrer si è messo a recapitare le lettere, che aveva messo da parte in una serie di scatoloni. Cercando gli studenti uno per uno. La compagnia aerea Westjet ha ora usato la storia per una specie di documentario sponsorizzato. E, beh, ci si commuove.

(via Wittgenstein)


I grandi capolavori del simbolismo, manierismo, paesaggismo, romanticismo e neoclassicismo diventano animati. Il progetto di Rino Stefano Tagliafierro trasforma i gesti “congelati” dei dipinti in animazioni digitali.

Il sito del progetto


Il Pci? Ei fu.

O “c’era una volta”.

Matteo Renzi ha archiviato il Pci e i suoi epigoni. Non ha mai citato la manifestazione della CGIL a San Giovanni. Ne ha parlato indirettamente, ma in modo devastante: “Un dissenso politico si rispetta, e noi che non abbiamo chiuso le porte quando ho perso, figuriamoci se le chiudo ora che ho vinto” ha detto. Ma è stato durissimo con la minoranza del PD che ieri ha manifestato con la Camusso contro il governo.

“Non riconsegneremo il Pd a chi definisce imbarazzante (Bindi) la Leopolda, al museo delle cere e ai reduci che vogliono riportare il partito dal 41per cento di oggi al 25 di ieri. A chi ha la testa rivolta all’indietro, alla nostalgia, battendosi per l’articolo 18 quando la monogamia aziendale è finita in tutto il mondo. E che fa la sinistra? Un dibattito sulla coperta di Linus? Oggi che il posto fisso non c’è più, è come cercare la fessura per il gettone telefonico sull’Iphone”.

E ha aggiunto che l’articolo 18 è un feticcio. “Come si fa a sostenere che è meglio far entrare un giudice in azienda e mettere il welfare di pochissimi a carico dell’industriale, e fregarsene delle migliaia che il ricorso ex articolo 18 lo perdono e rimangono disoccupati e restano soli? Non è meglio mettergli accanto lo Stato che lo sostiene e gli offre anche un’opportunità di lavoro che può persino rifiutare, la prima volta?”.

Ha concluso con un omaggio a Giorgio Napolitano per l’esercizio costituzionalmente scrupoloso della sua funzione di capo dello Stato. La opposizione interna è avvisata. Matteo Renzi tirerà dritto. E con il più autorevole dei sostegno politici.

santalmassiaschienadritta.it



Every human being’s personal data, in particular digital data, conveys information on his cultural values and private life. Personal data cannot be reduced to a commodity.
#DIGITAL_DNA

 

The reasonable exploitation of data is an opportunity for the development of research and the pursuit of the general interest. It must be governed by a universal code of ethics that protects each individual’s dignity, privacy and creative works, and the diversity of opinions.
#ETHICAL #FAIR

 

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Finalmente!

Comunicato stampa del Garante della Privacy- Servizio relazioni con i mezzi di informazione.
Giornalismo: no a raggiri e artifici. Il garante privacy richiama “La zanzara” sul caso Barca

Sono pratiche ingannevoli il mascheramento dell’identità dell’interlocutore e la simulazione.

Nello svolgimento della sua attività, il giornalista non può utilizzare artifici e raggiri per raccogliere notizie che potrebbero essere acquisite con gli strumenti propri dell’inchiesta giornalistica.

Lo ha ribadito il Garante per la privacy affrontando il caso di Fabrizio Barca che si è rivolto nel luglio scorso all’Autorità per segnalare la violazione dei principi del codice deontologico dei giornalisti avvenuta nei suo confronti con la messa in onda a febbraio, da parte della trasmissione di Radio 24 “La zanzara”, della sua telefonata con un “falso” Nicki Vendola, impersonato da un imitatore.

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Dato che Brunelleschi non ha lasciato tracce, un filmato ipotizza i segreti di costruzione

A più di 500 anni dalla sua costruzione, la cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze a opera di Filippo Brunelleschi rimane la più grande cupola in muratura mai costruita. Dato che l’artista non ha lasciato alcun piano o disegno sulla costruzione della cupola, alcuni segreti sono rimasti un enigma per molti addetti del settore.

Una breve animazione, presentata da National Geographic e realizzata da Fernando Baptista e Matthew Twombly, cerca di ipotizzare come potrebbe essere stata costruita la cupola del Duomo.

(via Casa & Clima)


Lettera di Gian Carlo Caselli a “Il Fatto Quotidiano” – 7 Set 2014

Gentile Direttore:

vi sono alcune considerazioni, a margine del film La trattativa di Sabina Guzzanti, presentato a Venezia e ieri alla festa del Fatto, che ritengo necessario fare. Dopo le stragi mafiose del 1992 ho chiesto – per dovere e spirito di servizio – di essere trasferito dalla “comoda” Torino a Palermo, ancora insanguinata e sconvolta dall’assassinio di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e di quanti erano con loro a Capaci e in via D’Amelio.

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Goffredo Buccini – Corriere.it del 7 Set 14

Non ci sono spiegazioni decenti. A nemmeno diciassette anni, morire dovrebbe essere vietato per legge. Sicché la morte di Davide Bifolco, ucciso l’altra notte a Napoli da un carabiniere, è di quelle che sulle prime lasciano vuoto e silenzio. Tuttavia il silenzio non eviterà, domani o dopo, altre storie così. Allora bisogna provare a capirla la fine incomprensibile di questo piccolo napoletano incensurato, col ciuffo, gli occhiali da nerd , il cappellino degli Yankees da bancarella, con una famiglia di «precariato sociale» (quanto più la realtà ci sfugge, tanto più siamo bravi a impacchettarla in eufemismi pudichi):

 e, soprattutto, con due assurdi amici in sella allo scooter, un giovanissimo pregiudicato e un latitante (in tre e senza casco sul motorino, sì, così è Napoli, ed è male: ma non c’è la pena di morte per questo).

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L’editoriale Di Tiziano Treu del 6 Set 2014 su IPSOA – professionalità quotidiana

L’obiettivo della staffetta è di ripartire il lavoro fra le generazioni promuovendo il passaggio dei lavoratori anziani a un rapporto part time, in parallelo con l’assunzione, pure part time, di giovani.

La crisi economica e dell’occupazione colpisce tutti ma soprattutto i gruppi più deboli. Si sono aggravate in particolare le situazioni di giovani e anziani. Questi ultimi hanno visto allontanarsi bruscamente l’età di pensione. La nuova normativa ha provocato blocchi di turnover che hanno ridotto le possibilità di accesso dei giovani al mercato del lavoro, già diminuite per la crisi economica.

Questo sta alterando l’equilibrio storico di opportunità di lavoro e di reddito tra le generazioni, con un rischio di conflitto generazionale senza precedenti. La soluzione strutturale per evitare l’aggravarsi del conflitto generazionale è la ripresa della crescita e quindi delle opportunità di lavoro per tutti. Ma servono anche misure immediate. L’attenzione maggiore è oggi concentrata sulle misure per promuovere l’occupazione giovanile, prima fra tutte la cosiddetta garanzia giovani. Ma occorre operare su entrambi i versanti, di giovani e anziani.

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(Via Santalmassiaschienadritta)

Beh, vede Santalmassi, una delle differenze fra grandi e piccoli uomini è che questi ultimi si circondano di nani, per non sembrare più piccoli di quanto già non siano. Vada a vedere quale era la squadra di governo di John Fitzgerald Kennedy, poi la paragoni a quella di Renzi. Non serve fare altri commenti.
Bull.

Caro Bull, lei è encomiabile nella negazione del presente e valorizzazione di un passato che finalmente, dico io, è passato, tramontato.
Cito a memoria.
Tra i collaboratori, consiglieri o consulenti di John Kennedy ci furono: uno storico come Arthur Schlesinger, un fior di economista come James Tobin (Tobin tax, rammenta?), un grande avvocato come Ted Sorensen, un eccellente diplomatico come Adlai Stevenson, uno straordinario fratello come Bob Kennedy.
Ammetto di essere attonito di fronte agli Stevenson, Schlesinger, Tobin, Sorensen e Bob che affollano il nostro paese oggi e sono stati lasciati disoccupati da un certo Matteo Renzi.
Lei me ne sa citare uno? Forse ha nostalgia dei Cirino Pomicino: ma non c’è neanche la sua imitazione, in giro.
Gcs


Market research firm IDC published some really interesting data on Thursday that breaks down the smartphone market share by price. According to that data, which was charted for us by Statista, more than 80% of Apple’s devices are “high-end,” as they cost more than $400. Less than 20% of Apple smartphones are considered “mid-range,” and there are currently zero “low-end” iPhones.

 

Android and Windows Phone smartphones, meanwhile, employ a completely different model. The vast majority of those handsets — around 60% — cost less than $200. About 20% of Android and Windows Phones are mid-range devices, while a relatively small percentage of those handsets are considered “high-end,” in the $400-plus range.

So Apple may dominate the high-end smartphone range, but as Business Insider’s Jim Edwards points out, around 85% of all smartphones are Android phones, which means most people prefer smartphones when they cost under $200.


Luca Ricolfi (La Stampa) 3 Ago 14
Su quel che fa il governo Renzi le opinioni divergono. C’è il partito del «finalmente, dopo trent’anni !» che si compiace di ogni novità, reale o presunta che sia. E c’è il partito del «niente di nuovo sotto il sole», che vede riemergere i soliti difetti della politica: tanti annunci e pochi fatti, scadenze non rispettate, leggi e decreti pasticciati, eterno rinvio dei problemi più spinosi, a partire da quello del mercato del lavoro.
Quello su cui quasi tutti sono d’accordo è che lo stile di governo è cambiato, perché il nuovo premier non è ingessato come i predecessori, e pare determinatissimo a portare a termine i propri piani. C’è un punto, tuttavia, su cui mi pare che non si stia riflettendo abbastanza. Quel che Renzi e i suoi stanno cambiando non è solo lo stile di governo, il tipo di comunicazione, il rapporto con l’opinione pubblica. A me pare che il cambiamento più importante sia una sorta di ritorno in grande stile del primato della politica. Un ritorno che, a seconda dei punti di vista, si può descrivere come sussulto di orgoglio o come rigurgito di arroganza, ma che comunque è in pieno atto.

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